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La teoria di Carofiglio

Data l’assoluta povertà dell’offerta televisiva, ieri sera mi sono ritrovato a guardare Ottoemezzo. C’erano Luca Telese (sezione Napolitano), Zoro (sezione Che Guevara) e Gianrico Carofiglio (sezione Boldrini). Conduttrice Lilly Gruber (sezione Bersani). Siccome provengono tutte aree culturali della sinistra molto diverse tra di loro, la varietà delle opinioni è stata assicurata e la par condicio perfettamente rispettata.

L’unico con qualcosa di interessante da dire era Carofiglio. Il tema era sostanzialmente libero e questo gli ha permesso di esprimersi in piena libertà, come sempre, d’altra parte. E si come era libero di dire quello che voleva ha parlato di fascismo che, ovviamente, è ovunque.

Quello che però è interessante è che Carofiglio non attacca, giustamente peraltro, come farei anche io, come faremmo tutti, il fascismo, ma attacca il linguaggio. Non attacca il fascismo per il fatto di essere fascista, ma attacca il linguaggio che, secondo lui, lo genera.

Il ragionamento dell’ex magistrato Carofiglio è che, per fare un esempio citato in trasmissione, il pazzo esaltato estremista di destra che ha fatto una strage nella sinagoga di Pittsburgh è stato “armato” da Trump, nonostante il fatto (non lo ha detto ma si capiva che lo sapeva) che quell’estremista di destra ha sparato contro gli ebrei maledicendo Trump, secondo lui troppo vicino alla lobby ebraica. Quindi Trump (che peraltro ha in famiglia ebrei osservanti), pur essendo “vittima” è ugualmente colpevole secondo Carofiglio, perché usa un linguaggio estremista che può inverare atteggiamenti stragisti da parte di chi è più estremista di lui.

Ora, a parte il fatto che in America c’è praticamente una strage al giorno e che la maggior parte di queste non hanno colore ma sono realizzate da pazzi esaltati in preda a raptus, questo è il classico processo alle intenzioni. Cioè la messa sotto accusa della lingua, del pensiero che la genera e, dunque, della libertà. Se qualcuno definisse “clandestini” gli immigrati irregolari Carofiglio sarebbe il primo a definire quella parola “violenta”, ovvero” fascista perché potrebbe inverare la violenza da parte di qualcun altro contro gli immigrati clandestini al di là dell’intenzione di chi pronuncia quella parola. Carofiglio vede una consequenzialità tra il linguaggio di qualcuno e gli atti di qualcun altro. Quindi Trump mette in campo l’esercito contro una folla di disperati provenienti dal Sud America (vittime dell’economia marxista dalla quale scappano, sia detto per inciso) che vogliono entrare negli Stati Uniti perché li definisce “clandestini”. Il fatto è che se entrassero in America senza visto, senza documenti, senza permesso, sarebbero effettivamente clandestini, ma questo non si può dire perché sennò Carofiglio dice che siamo tutti fascisti. Il fatto che poi uno Stato abbia il dovere di difendere i propri confini da chi cerca di entrarvi illegalmente perché senza confini non esiste la democrazia dato che, come è stato argomentato autorevolmente, la democrazia esiste solo all’interno dello Stato-nazione, non ha molta importanza: tutto, per Carofiglio, nasce dal fatto che quelle persone vengono definite “clandestini” e non, per esempio, “immigrati”. Sta tutto nella parola; nelle parole che si decide di usare. Così si cambia la realtà, si nasconde la verità e si può insinuare nel dibattito pubblico una realtà diversa perché è definita da parole diverse.

E, di questo passo, si arriva dritti dritti al linguaggio politically correct la cui violenza non consiste solo nell’impedire l’uso di alcune parole (e nel sequestro di altre) ma nel cambiare, attraverso questo divieto, la realtà da come essa semplicemente è. Per questo la resistenza contro il politically correct è una resistenza contro tutti i fascismi, compreso quello di Carofiglio.

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