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Il Marchionne che nessuno vi dice

 

Sergio Marchionne è stato il più grande spremitore di soldi pubblici nella storia della Fiat. Non era facile fare meglio dei suoi predecessori, che già avevano accumulato una discreta esperienza, ma lui ci è riuscito. La differenza è che Marchionne con i soldi pubblici ha fatto sopravvivere la Fiat, i predecessori erano quasi riusciti a farla fallire. La sua abilità è stata tale da riuscire non solo a incassare soldi pubblici in Italia, ma perfino in America. La differenza è che in America li ha restituiti, in Italia no.

Bisogna partire da questa verità storica per evitare i zuccherosi e interessati peana che per mesi saremo costretti a leggere sull’ex amministratore delegato della più grande industria privata italiana e sulla sua epopea.

La seconda abilità di Sergio Marchionne è stata quella di far perdere le tracce dei suoi obiettivi presentando, a cadenza ansiolitica, talmente tanti piani industriali, revisioni di piani industriali, aggiornamenti di piani industriali, piano industriale trimestrali, semestrali, annuali e pluriannuali che, alla fine, nessuno sapeva più quali fossero gli obiettivi industriali e finanziari della società. Dal 2004, data del suo arrivo al vertice della Fiat, al 2014, data di consegna all’editore Chiarelettere della mia inchiesta “American Dream”, ha presentato ben 8 piani industriali, tutti, senza esclusione, accolti dai giornali italiani con grande giubilo.

In realtà nessuno ci capiva niente delle slide che Marchionne mostrava (l’inventore delle slide è stato lui, Renzi lo ha copiato, infatti erano molto amici) ma si fidava di lui, oltre che dei suoi investimenti pubblicitari. Per questo Marchionne ha avuto bisogno, nei 14 anni trascorsi in Fiat e poi in Fca (dopo l’acquisto della Chrysler) di creare il “mito Marchionne”: perché la borsa, gli investitori, i giornalisti si dovevano fidare di lui, non dei suoi numeri. Quelli che comunicava, infatti, erano tutti sopra le righe. In “American Dream” ho calcolato che dei nuovi modelli promessi ad ogni piano industriale ne venivano realizzati solo la metà e quasi tutti in ritardo sui tempi indicati. Per non parlare dei piani di espansione all’estero: se si va a vedere il disastro dello sbarco in Cina o in India il mito di Marchionne infallibile viene drasticamente ridimensionato. Basterebbe guardare qualche numero.

In pochissimi, e molto raramente e tutti su giornali stranieri, hanno avuto l’ardore di avanzare un dubbio: non è che il gruppo Fca sta in piedi solo perché i marchi Chrysler tirano e quelli Fiat perdono? Sì: è scortese dirlo in modo così brutale, ma gli operai della Fiat sono pagati grazie al lavoro degli operai americani, in particolare di quelli che lavorano al marchio Jeep, il più profittevole di tutta la multinazionale. Se Fca non avesse il marchio Jeep il governo italiano avrebbe un’altra grana, oltre ad Alitalia. Una prova dei problemi industriali del gruppo? Come mai tutti i tentativi di vendere il gruppo Fca sono falliti?

Il problema, ora, per il successore è: come fare a rinnovare l’aura di infallibilità che ha circondava Marchionne? In un solo modo: chi siederà sulla sua poltrona dovrà sapere fare automobili e non solo piani industriali o piani finanziari. Dovrà essere un “car guy” e non un “deal maker”. Dovrà essere industrialmente parlando, molto, ma molto più bravo di Marchionne. In caso contrario gli Agnelli non avranno altra strada che trattenere per se il gioiello del gruppo, Ferrari, e svendere il resto.

Aggiornamento 1: Secondo indiscrezioni l’uscita di Marchionne sarebbe legata alla vendita di Fca ad un gruppo coreano.

Aggiornamento 2: Mike Manley è stato nominato nuovo ad del gruppo Fca.

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